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Israele e il pistacchio iraniano
post pubblicato in Esteri, il 15 giugno 2008


 GERUSALEMME (Israele) - Non è una crisi diplomatica, ci mancherebbe. Ma tra Washington e Gerusalemme è in corso una vera e propria battaglia del pistacchio. Tutta colpa di un embargo all'Iran che proprio gli israeliani, da sempre i più fervidi sostenitori delle politiche internazionali di controllo e di contenimento nei confronti di Teheran, avrebbero violato. Quello dei pistacchi iraniani, appunto, che sarebbero stati fatti arrivare in grandi quantità in Terra Santa attraverso la Turchia.
L'Iran è nel mirino della comunità internazionale
per la decisione di proseguire nello sviluppo del programma di arricchimento dell'uranio, preludio all'installazione di centrali nucleari ma anche, eventualmente, ad un utilizzo bellico del materiale radioattivo. E per questo è già ora soggetto a embarghi che potrebbero presto essere ulteriormente intensificati. Gli Stati Uniti, in particolare, temono che il governo di Ahmadinejad possa entrare in possesso di armi atomiche e sono i principali sponsor delle ritorsioni commerciali nei confronti di Teheran. E proprio per questo non hanno gradito il fatto che Israele si rifornisca di generi alimentari proprio dal "nemico".Della vicenda si occupa oggi la stampa israeliana che segnala, appunto, i malumori di Washington. Dieci giorni fa, spiegano i giornali israeliani, l’ambasciatore statunitense a Tel Aviv, Richard Jones, ha inviato una lettera di protesta al ministro delle Finanze dello Stato ebraico, Ronnie Bar On, e per conoscenza al premier Ehud Olmert, in cui accusa le autorità governative israeliane di aver violato non solo le sanzioni in atto contro l’Iran ma la stessa legge israeliana che vieta commerci con Paesi nemici.
Lo Stato ebraico importerebbe i pistacchi iraniani attraverso la Turchia, nonostante le ripetute proteste americane. Secondo dati ufficiali Israele è il principale consumatore mondiale di pistacchi - ne importa annualmente per 20 milioni di dollari - e sempre di più dall’Iran. Gli Stati Uniti, che pure sono uno dei principali produttori mondiali di questi semi, esportano verso Israele appena il 5% di questo prodotto nonostante i due Paesi sia legati ad accordi commerciali privilegiati.


www.corriere.it



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E' vero odio?
post pubblicato in Esteri, il 4 giugno 2008


di Michele Pisano

 
Ahmadinejad ribadisce la sua posizione: <<Israele scomparirà a prescindere dall' Iran, è nell'interesse di tutti>>.

Il capo del governo iraniano attacca lo stato ebraico come in precedenza.
A Roma la gioventù della comunità ebraica ha volantinato e manifestato contro la politica "antisemitica" (concetto complicato, visto che anche gli iraniani sono un popolo semita) di Ahmadinejad.
Ciò che forse sfugge ai giovani ebrei è che mentre il mondo si indigna per le dichiarazioni del presidente, i potenti dello Stato d'Israele sotto sotto non disdegnano l'alleanza con l'Iran. Perchè?
Partiamo con ordine.
Se Ahmadinejad avesse così tanto a cuore la "distruzione" dello Stato ebraico perchè non interrompe la fornitura di petrolio a quest'ultimo, che parte dall' Iran e passa pure per l'Olanda (in cui le lobbies ebraiche hanno un notevole potere)?
Forse perchè così come l'Iran è il maggior fornitore di petrolio di Israele quest'ultimo lo è per gli iraniani per quanto concerne le armi?
Lo stato ebraico è infatti uno dei maggiori esportatori di armi nel mondo, e Ahmadinejad è un buon alleato con cui far affari, in quanto ha non pochi interessi in Iraq, dove ricopre un importante ruolo insieme ad americani e inglesi.
Questi ultimi, così come Russia e Cina, hanno ben poco interesse a condannare l'Iran.
L'Inghilterra è infatti la potenza europea che maggiormente collabora al progetto nucleare dello stato iraniano.
Ben presto anche l'Italia non disdegnerà un invito a cena da parte di Ahmadinejad.
Il problema grave, oltre a queste pagliacciate globali, sta nella miopia di certa stampa, che guarda la panna della torta per il carcerato, senza però notare le decine di lime che ci sono al suo interno.
Se invece che sparare titoloni, in cui si evocano spettri fantastici, si guardasse alla realtà delle cose, si scorgerebbe una nuova Atlantide, un mondo sommerso degli affari internazionali.
Nuovo mondo ma stesse vittime.
Ovvero quei popoli che nel nome della loro libertà non lasciano che l'economia e il denaro prenda possesso delle loro anime e del loro cervello.
Questi paesi trucidati da guerre e torture non si contano nelle dita della mano. Sono tanti...e pochi hanno il coraggio di parlarne a fondo: sono la Palestina, il popolo Karen in Birmania, il Tibet, gli stati del centro Africa ma non solo.
Sono territori senza pace, in cui se un giornalista andasse non scriverebbe più di incontri annullati e pranzi sospesi.
E scorgerebbe tante lime...




permalink | inviato da Michele Pisano il 4/6/2008 alle 23:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
Uno sguardo verso il Libano
post pubblicato in Esteri, il 28 maggio 2008


 Che situazione persisterà in Libano? Se lo chiedono in molti. Ecco un interessante articolo di Maurizio Blondet tratto da www.effedieffe.com

I poveretti hanno ben ragione di soffrire. Perchè dalla nuova sistemazione in Libano escono due grandi sconfitti: gli Stati Uniti e i loro maggiordomi, i sauditi, e a maggior ragione anche Israele. E il grande vincitore è, ovviamente, Nasrallah, il giovane ed abilissimo capo di Hezbollah. E ciò benchè Nasrallah fosse personalmente assente dagli incontri di Doha in Katar, per ragioni di sicurezza personale – come si sa, «la-sola-democrazia-omicida-del Medio Oriente» tenta in ogni modo di assassinarlo.
Il generale Michel Suleiman, nuovo presidente, come si ricorderà ha mantenuto l’esercito sornionamente neutrale nella più recente battaglia tra Hezbollah e il clan Hariri (sub-americano), disobbedendo all’ordine del «governo» illegale di Siniora, sostenuto da Washington e da Al-Mossad, di combattere Hezbollah. Ragion per cui, la propaganda israeliana lo dipinge come filo-siriano e filo-Hezbollah – e tenterà in ogni modo di ammazzarlo, coi suoi assassini professionali o con assassini a contratto.
Ma finchè il generale la scampa, la situazione è questa. Nasce un governo libanese di 30 ministri, di cui 16 sono del clan Hariri e di Siniora (dunque fantocci Usraeliani); ma 11 sono ministri di Hezbollah. Il presidente Suleiman potrà scegliere tre ministri suoi: che non saranno certo molto filo-Siniora, nè sgraditi a Hezbollah. I ministri anti-Hariri e anti-Siniora saranno dunque 14, contro 16. E soprattutto, avranno diritto di veto su ogni legge proposta dalla fazione pro-USA.
Mettetevi nei panni di Washington e dei suoi likudnik: Hezbollah, l’organizzazione «terroristica» per eccellenza («combattente» sarebbe la definizione oggettiva), ha 11 ministri di un governo legittimo, accettato come tale anche da Siniora e dagli Hariri (che hanno dovuto accettare per forza: settimane fa avevano praticamente preparato una incursione di commandos americani per ammazzare Nasrallah, e il tentativo era stato sventato da Hezbollah che ha occupato militarmente le sedi della fazione sub-americana, devastandone le sedi e smantellandone le reti).
Come tratteranno gli americani con 11 ministri insieme «terroristi» e «legittimi»? Faranno finta che non esistano, come fanno con Hamas per ordine di Sion, o li minacceranno di incinerazione atomica come fanno con l’Iran? Impossibile.
Dopotutto, il capo del governo è ancora (fino al 2009) Siniora, il loro uomo. E la sconfitta diplomatica di Bush è ancora più cocente, se si pensa che l’incontro di Doha è avvenuto senza che una delegazione americana sia stata invitata. Anzi, la stessa fazione Hariri-Siniora ha pregato il Dipartimento di Stato di non farsi vedere e di non mettere bocca, per paura di apparire – com’è – troppo «americana» di fronte agli arabi. Anche i sauditi – che si atteggiavano a grandi mediatori della crisi libanese dai tempi di Taif, l’accordo che pose fine alla guerra civile nel 1990 – sono stati messi da parte. I mediatori sono stati quelli del Katar.
Si aggiunga che l’Arabia Saudita guida il fronte islamico anti-sciita promosso e organizzato da Israele contro Hezbollah, Iran e Siria: disfatta su tutta la linea. E tutta la faccenda ha dimostrato che arabi e musulmani in genere riescono benissimo a concordare un accordo, quando non ci si mettono di mezzo gli americani e Al-Mossad. E’ per questo che a Washington si dice che «mai l’influenza USA è stata più bassa nell’area».
A Doha c’era invece il generale Michel Aoun, alleato di Nasrallah: gli si attribuiva l’ambizione di diventare presidente al posto di Suleiman. Ma la Siria non lo ama: è stato il comandante libanese che, al comando dell’esercito dei Cedri, ha più coraggiosamente combattuto l’invasione di Damasco, in condizioni d’inferiorità assoluta.
In realtà, fin dal novembre scorso Aoun e Nasrallah hanno concordato che occorreva una personalità meno anti-siriana. Dunque la scelta di Suleiman è stata una vittoria anche per Damasco, il che sicuramente brucia molto a Informazione Corretta con Menzogne. Tanto più che l’ultima impresa bellica di Hezbollah in Libano ha smantellato le reti di spie e provocatori israeliani a Beirut, che hanno dovuto filarsela in fretta: «Tre anni di lavoro buttato a mare», come ha confessato un noto caporione dell’intelligence sionista.
Infine, Hezbollah si tiene il suo armamento, unica garanzia di difesa nazionale contro il potente Israele, ripetuto aggressore del Libano. Non a caso il ministro nostro (o loro), Frattini, ha subito auspicato che Hezbollah, adesso, disarmi. «Per mangiarti meglio», come disse il lupo a Cappuccetto Rosso. Patetico.
Certo la situazione resta fragile e instabile; presto Israele, che ha in Libano gente sua, drusi e «cristiani» spacciatori d’oppio di Geagea, avrà ricostituito le sue reti di spie e assassini. Ma Nasrallah ha mostrato più volte la sua capacità di sopravvivere, fisicamente e politicamente.
Quando nel 2000 gli israeliani si ritirarono «unilateralmente» dal sud Libano, i suoi avversari interni ed esterni lo diedero per spacciato: s’era legittimato in un decennio di lotte contro l’occupazione, ma ora non serviva più; sarebbe stato disarmato, e presto sarebbe sbiadito nella memoria della sua popolazione sciita-libanese. Tanto più che in giugno morì il dittatore siriano Assad: la nuova Siria, si disse, avrebbe tolto il suo appoggio ad Hezbollah.
Nel 2004, l’ONU approva la risoluzione 1.559, che esige il disarmo di Hezbollah. E tutti a dire: stavolta Nasrallah non ce la farà, contro la «comunità internazionale» che lo delegittima, contro l’ONU, la Francia e Washington. Stessa solfa nel 2005,  quando, dopo il molto sospetto attentato ad Hariri padre, di cui la «comunità» noachico-internazionale accusò la Siria, costringendola a porre termine alla sua occupazione del Libano: ora, senza i siriani, Nasrallah è finito.
Niente. Nasrallah è sempre lì. Così, nel 2006, Israele deve aggredire di nuovo il Libano meridionale, con un pretesto falsissimo, e con lo scopo di liquidare Hezbollah. Stavolta, contro l’invincibile nemico, Nasrallah è spacciato, pensano tutti (anche l’esercito libanese, che sta a guardare la devastazione feroce del Libano per mano ebraica; i suoi ufficiali brindano a bicchieri di tè con gli ufficiali di Giuda).
Macchè: come sappiamo, è Israele a subire dai disciplinati Hezbollah durissime perdite e una inattesa sconfitta politico militare, che comincia a intaccare la sua fama di invincibilità e a indebolire la sua minaccia permanente, la sua «deterrenza».
Naturalmente interviene la «comunità internazionale»: l’ONU vara la risoluzione 1.701, che piazza una forza d’interposizione nella zona di guerra libano-israeliana, più precisamente in Libano. Stavolta, lontano dai suoi campi di battaglia e di vita, e dalla sua popolazione, Hezbollah dovrà svanire, pensano tutti. I Caschi Blu, proclama Israele, devono disarmare i «terroristi». Israele per giunta viola costantemente quello spazio neutrale, con i Caschi Blu a far la figura di burattini.
Ma ancora una volta, Nasrallah sopravvive. Mantiene il controllo del suo territorio come sempre. Nella guerra ha trovato l’appoggio dei cristiani di Aoun: ora nessuno può dire veramente che contro Siniora c’è solo la fazione sciita isolata nel Paese; c’è invece una coalizione nazionale.
Non solo: è lui a mantenere l’iniziativa politica, alleato con Aoun, contro il governo-fantoccio Siniora. Questo governo, per il ritiro dei ministri sciiti nel novembre 2006, è per la costituzione libanese decaduto; restando al potere con l’appoggio americano, è illegale e illegittimo. Resta al potere perchè anche l’Arabia Saudita lo vuole e lo riconosce.
Passano i mesi: poi Nasrallah e Aoun organizzano una manifestazione nel centro di Beirut, cuore degli affaristi sunniti, per chiedere le dimissioni del governo illegale; alzano tende in piazza, restano lì ad oltranza. E’ una battaglia politica.
Nasrallah accusa il governo Siniora – non più primo ministro, per gli sciiti – di aver complottato con americani e israeliani nella guerra del 2006 (la pura verità) e di aver premuto per la risoluzione 1.559, praticamente un invito ad Israele ad attaccare, nella speranza che Sion li liberasse da Hezbollah.
Passano 18 mesi di stallo. Hezbollah non obbedisce al «governo», e governa la sua zona in autonomia, tenendosi le armi in pugno. Nonostante tutte le pressioni possibili e immaginabili.
Da ultimo, il tentato assassinio di Nasrallah. Doveva avvenire nei giorni della celebrazione dei 60 anni di Israele; forze speciali americane avrebbero dovuto sbarcare all’aeroporto di Beirut a sorpresa, e farla finita. Siniora prepara l’operazione arrestando il capo delle telecomunicazioni dell’aeroporto, sciita ed Hezbollah: allo scopo di accecare le telecamere-spia e le trasmissioni autonome di Hezbollah e rendere così possibile la «sorpresa». Le milizie private di Hariri figlio e dei drusi di Jumblatt avrebbero dovuto condurre azioni di supporto. Hezbollah previene tutti, attaccando i quartieri di Beirut controllati dai nemici interni e distruggendoli, e sventando la manovra.
Tutta la propaganda grida al «colpo di Stato»; ma Hezbollah si ritira dalle zone occupate, chiamando l’esercito regolare del generale Suleiman. Tutta la propaganda strilla che, avendo rivolte le sue armi contro i connazionali, arabi e musulmani, Nasrallah ha macchiato per sempre la sua fama di eroe. La Lega Araba, la Francia e gli USA esigono un accordo. L’accordo avviene in Katar ed è quello di Doha.
Oggi il più volte dato per spacciato, finito, politicamente disperato Nasrallah ha 11 ministri nel governo Siniora. Ha umiliato un’altra volta gli americani, gli israeliani e i loro fantocci interni. E si tiene le armi.




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La "solidarietà" delle Nazioni Unite.
post pubblicato in Esteri, il 27 maggio 2008


 

ROMA - Truppe di peacekeeping e operatori umanitari finiscono nel mirino di Save the Children. L'accusa è pesante: ad alcuni appartenenti alle forze di pace delle Nazioni Unite e a una «piccola minoranza» di operatori delle Ong, l'organizzazione a difesa dei bambini contesta casi sfruttamento sessuale di minori, anche di sei anni. Gli abusi, secondo il Rapporto di Save the Children «Nessuno a cui dirlo» (un lavoro frutto di interviste, gruppi di discussione e incontri che hanno coinvolto minori, operatori umanitari, personale delle missioni Onu, addetti alla sicurezza, in nazioni in situazioni di emergenza o post conflitto) continuano a verificarsi in Paesi in emergenza e sono sottostimati e poco documentati perché le vittime hanno «paura di parlare».
MINACCE - Un ragazzo del Sudan racconta che le vittime di abusi temono che, se parlano, l'abusante possa cercarle e fare loro del male, che le agenzie smettano di dare loro gli aiuti, temono di essere emarginate dalle famiglie e comunità o addirittura puniti: «Questo ci lascia intendere - commenta Valerio Neri, direttore di Save the Children Italia - che per ogni abuso identificato ce ne sono probabilmente molti che rimangono nascosti e sconosciuti». -
LE VITTIME - Le vittime degli abusi,stando al rapporto, sono in prevalenza orfani, o comunque minori separati dai genitori, o con famiglie che dipendono dagli aiuti umanitari. A prevalere per numero sono le bambine rispetto ai maschi e l'età media delle vittime è di 14-15 anni anche se il rapporto attesta di abusi anche ai danni di bambini di 6 anni. Spesso apprtanenenti alle forze di pace e operatori umanitari sono responsabili di abusi solo verbali, commenti, frasi volgari o dal contenuto sessuale (sono testimoniati dal 65% degli intervistati). Ma sei segnalano nel Rapporto anche il sesso «coatto» (55%), cui i minori sono indotti magari in cambio di cibo, soldi, sapone, in rari casi di beni «di lusso» come il cellulare. Frequenti anche le molestie (55%). Meno frequente (30%) la violenza sessuale di singoli ma anche di gruppi su minori.
CHI ABUSA - I responsabili degli abusi possono appartenere a qualsiasi organizzazione, sia essa umanitaria, o di peacekeeping o di sicurezza; non ci sono differenze di livello o grado, dai più bassi ai più alti; manager; fare parte dello staff locale o internazionale. Ma è il personale delle missioni di pace risulta quello numericamente più coinvolto: dei 38 gruppi di lavoro in cui si è svolta la ricerca, 20 hanno indicato nei peacekeepers gli autori più frequenti degli abusi. Un dato confermato anche dalle Nazioni Unite: sul totale delle denunce di sesso con minori a carico di operatori Onu nel 2005, 60 su 67 riguardano le truppe del Dipartimento Onu delle Operazioni di Peacekeeping.

www.corriere.it




permalink | inviato da Michele Pisano il 27/5/2008 alle 18:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Iran, Petraeus sfugge ai precisi rilievi di Ron Paul
post pubblicato in Esteri, il 13 maggio 2008


Il mese scorso il comandante delle Forze Usa in Iraq, gen. Petraeus, è stato audito dalle commissioni Esteri e Difesa del Congresso. E' stata un'occasione per i candidati alla presidenza per "esibirsi". Prevedibile la linea di McCain, più articolata quella di Clinton e Obama, che devono dare l'impressione di essere critici con l'attuale politica estera e sembrare quasi pacifisti, mentre in realtà fanno di tutto per mostrarsi fidati continuatori della "guerra al terrorismo".
Petraeus agli altri interpellanti ha ribattuto anche vivacemente. Di fronte ai semplici e precisi rilievi di Ron Paul ha fatto quasi scena muta, spalleggiato dall'ambasciatore in Iraq, Crocker.



Petraeus e Crocker come Pilato sulla questione Iran.
Fingono di essere dei meri esecutori, ma lavorano per bloccare il ritiro dei soldati dall'Iraq.


Audizione dell'8 aprile 2008

Paul: Signor Presidente, desidero presentare una serie di domande. So che non ci sarà tempo sufficiente per rispondere a queste, ma voglio lasciarle agli atti.

Primo: perché il popolo americano dovrebbe sostenere ancora una guerra giustificata da false informazioni, visto che Saddam non ha mai aggredito gli Stati Uniti, l'Iraq non aveva nulla a che fare con l'11/9 e non aveva armi di distruzione di massa?

Si dice che dobbiamo continuare la guerra, perché abbiamo già fatto tannti sacrifici.

Ma cosa c'è di morale nell'esigere altri inutili sacrifici di vite umane solo per salvare la faccia dall'errore dell'invasione e dell'occupazione dell'Iraq?

Non vi sembra pazzesco che il governo iracheno sostenuto da noi sia alleato

degli iraniani che sono i nostri nemici dichiarati?

Non stiamo favorendo gli iraniani ora sostenendo i loro alleati in Iraq?

Se il premier iraqeno Maliki è il nostro alleato e lui ha "relazioni diplomatiche" con Ahmadinejad perché noi non possiamo averle?

Perché dobbiamo continuare a provocare l’Iran? Cerchiamo solo una scusa per bombardare quel paese? La nostra politica in Iraq non garantisce il caos in questa regione per gli anni a venire?

Si stima che già 2000 soldati iracheni hanno rifiutato di combattere la milizia di al-Sadr.

Perché non dovremmo aspettarci che molti degli 80000 sunniti che abbiamo recentemente armato, un giorno non rivoltino le armi contro di noi, dato che essi, come pure l'esercito Mahdi, detestano qualsiasi occupazione straniera?

Non è forse vero che il nostro alleato Maliki ha rotto il cessate il fuoco dichiarato da al-Sadr avviando le recenti violenze?

Non è forse vero che l'attuale cessate il fuoco è stato concordato con gli iraniani, che hanno condannato inoltre gli attacchi contro la "Zona verde"? Come si può incolpare gli iraniani di tutta la violenza?

Non è forse vero che con la recente ondata di violenza in Marzo, gli attacchi sono di nuovo allo stesso livello del 2005?

L'Iran non ha il giustificato motivo di essere coinvolto nel vicino Iraq più di noi, che distiamo 6000 miglia?

Se la Cina o la Russia occupassero il Messico, come reagiremmo?

Dato che nessuno definisce i termini con i quali vincere la guerra, a chi ci si arrende?

Ciò non significa che questa guerra sarà infinita, i nostri leader politici la concluderanno solo quando non avremo più soldi, ma forse questo momento non è così lontano?

Ho una domanda da porre – anche se c’è poco tempo per rispondere a tutte le mie altre, penso che comunque dovrebbe bastare: secondo lei l’amministrazione può bombardare l’Iran senza ulteriore permesso dal Congresso?

Petreaus: Deputato, io sono il comandante per l’Iraq e non conosco la risposta alla sua domanda. La questione non rientra nella mia sfera di competenza.

Crocker: Deputato, non è neanche la mia [sfera di competenza]. Il mio lavoro è in Iraq. Non posso pronunciarmi su questa faccenda.

Paul: Beh, non riesco ad ottenere un “no”, mi sembra abbastanza ovvio che secondo la nostra Costituzione funziona così. Bisogna parlare al Congresso, sennò sarebbe come il Vietnam, e sappiamo com`è finita. È chiaro dunque che NO, l’amministrazione non può iniziare una guerra senza l’approvazione del Congresso.

Mi disturba assai non ottenere un “no” secco e definitivo.






permalink | inviato da Michele Pisano il 13/5/2008 alle 12:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Perchè Obama...
post pubblicato in Esteri, il 12 marzo 2008


McCain sarà il candidato del partito Repubblicano. A questo punto non posso che appoggiare Barack Obama.
Solo gli stolti potrebbero pensare che il quadro statunitense rispecchi quello europeo, e ancor meno quello italiano.
Per cui ho ben pochi problemi a "tifare" il candidato del Democratic Party.
Obama è davvero il nuovo, e non perchè è pochi anni in politica, ma perchè rappresenta davvero un sogno, che molti non hanno ancora capito. Sopratutto non fa parte del duopolio Bush Clinton che incombe nuovamente negli Usa.
Una visione innovatrice non farà altro che fare bene nella politica statunitense, ma quello che più mi rassicura è che (forse) ci sarà una svolta netta in  politica estera, disastrosa (in tutti i sensi) sia con Bush che con Clinton.
A chi sostiene che un nero non sia ancora pronto per fare il presidente non rispondo perchè mi pare una dichiarazione così futile che non ha bisogno di critiche con annesse spiegazioni.
Intanto Barack ha stravinto in Mississipi, ma la strada è ancora lunga per lui.



WASHINGTON - Ancora una vittoria per Barack Obama: in Mississippi, profondo sud, il senatore nero dell'Illinois ha battuto l’ex first lady Hillary Clinton sull’onda del sostegno dell’elettorato afroamericano. In suo favore con un vero e proprio plebiscito: il 92% degli elettori afroamericani infatti ha preferito Barack a Hillary. Ma tre quarti dell’elettorato bianco hanno votato per la Clinton e contro di lui, un ulteriore segnale che le divisioni di carattere razziale sono diventate una realtà nella campagna elettorale democratica. Il risultato finale in Mississippi è di 22 punti di distacco su Clinton che consentono a Obama di allungare il passo nel computo dei delegati. In palio in Mississippi ce n’erano 33: con la vittoria di questa notte e quella del Wyoming di sabato scorso, il senatore di Chicago non solo ha recuperato il terreno perduto con le sconfitte in Ohio e Rhode Island, ma ha incrementato il suo vantaggio. In generale, secondo i primi conteggi resi noti dai media statunitensi, Barack Obama avrebbe vinto le primarie in Mississippi per la nomination dei democratici per la Casa Bianca con oltre il 60% dei voti. Stando alle cifre, non ancora definitive, pubblicate dal sito online della Abc, il senatore nero dell'Illinois avrebbe ottenuto il 61% delle preferenze nello Stato dove a fare la differenza è il voto degli afroamericani, e Hillary Clinton il 37%.
Va ricordato che nonostante la vittoria di Clinton nelle primarie in Texas, martedì scorso, è stato Obama, con la vittoria nei caucus dello Stato, ha uscire con il bottino di delegati maggiore, 99 a 95. Per i democratici tuttavia dal Mississippi arriva un altro segnale di divisione, il prodotto forse del violento scambio di accuse tra i due candidati nelle ultime settimane. Il clima di fair play e i sogni di "dream team" sembrano tramontati: oltre il 70 per cento dell’elettorato di Clinton non sarebbe soddisfatto se Obama vincesse la nomination, né lo vorrebbe al fianco dell’ex first lady come candidato alla vice presidenza. Tra gli elettori di Obama, più della metà storce il naso all’idea di una vittoria di Clinton.

È il clima che prepara l’ennesima sfida delle sfide, il 22 aprile in Pennsylvania con una campagna lunghissima, sei settimane nel corso delle quali non ci saranno altri appuntamenti con le primarie del partito. Con i repubblicani già impegnati nella raccolta dei fondi per la campagna presidenziale di John McCain, i democratici si preparano a una nuova stagione di veleni. Per Obama, a Chicago, non ci sono stati questa notte discorsi di vittoria, ma un giro di pacate interviste con i network televisivi. Silenzio dopo il voto anche da Clinton, che ha affidato alla responsabile della sua campagna elettorale Maggie Williams i complimenti a Obama per la vittoria, con l’invito a «guardare avanti alla sfida della Pennsylvania» dove Clinton è in testa nei sondaggi e sicura favorita. Oltre alla Pennsylvania, le primarie porteranno i due candidati anche in Indiana, North Carolina, West Virginia, Kentucky, Oregon, Porto Rico, Montana e Sud Dakota. Sulla carta Clinton ha bisogno di una serie di vittorie nette per accorciare lo svantaggio in termini di delegati, ma la partita potrebbe riaprirsi qualora il partito democratico decidesse di ripetere le primarie nei due Stati «squalificati» di Florida e Michigan, dove ancora una volta Clinton sarebbe la favorita.





permalink | inviato da Michele Pisano il 12/3/2008 alle 9:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Chi appoggia McCain...?
post pubblicato in Esteri, il 17 febbraio 2008


 
John McCain

STATI UNITI - Randy Scheuemann: così si chiama il più importante consigliere di sicurezza nazionale che sta affiancando John McCain, il candidato repubblicano favorito nella campagna presidenziale.
Prima, questo Scheunemann faceva un altro mestiere: lobbyista d’alto bordo per il complesso militare-industriale.
Nel 1998 fu la persona che redasse l’Irak Liberation Act, una legge che assegnava, da fondi del Pentagono, 98 milioni di dollari per Ahmad Chalabi, il fuoriuscito iracheno (e ricercato per bancarotta in Giordania) su cui i neoconservatori avevano puntato come il nuovo capo dell’Iraq democratico.
Ma soprattutto, Scheunemann, insieme al vice-presidente della Lockheed-Martin Bruce Jackson, ha presieduto fino al 2002 una entità dal nome significativo: il Committee for NATO Expansion. Questo ente è, dietro le quinte, la lobby che ha determinato l’ammissione nell’Alleanza Atlantica dei Paesi dell’Est ex-Patto di Varsavia, dalla Polonia alla Romania alla Lettonia, e che vuole fortemente nella NATO anche l’Ucraina; la politica che com’è noto Valdimir Putin denuncia inascoltato, fino al punto da indurlo, da ultimo, a minacciare Kiev coi suoi missili intercontinentali.
Il perché non è difficile da capire: ogni Paese che entra nella NATO deve adeguare agli standard occidentali i suoi armamenti.
Dalle decine di milioni di proiettili per le armi portatili all’avionica, dall’equipaggiamento ai cingolati agli apparati di trasmissione.
E’ un affare colossale per l’industria americana degli armamenti, di cui Scheuneman è lobbyista fortunato.
Dall’11 settembre, le esportazioni darmi USA conoscono un boom che non accenna a diminuire. Nel 2006, il complesso militare-industriale ha firmato contratti per forniture militari pari a 16,9 miliardi di dollari, il 40% del totale mondiale.
La Russia, seconda, ha firmato contratti per la metà, 8,7 miliardi.
Ma già nel solo mese di gennaio 2008 gli USA hanno annunciato contratti militari per 19,626 miliardi di dollari, superiori a quelli dell’intero 2006.
E questi sono solo i contratti resi pubblici, perché ovviamente nel settore avvengono forniture d’armi segrete.
Il nuovo disordine mondiale instaurato dall’Amministrazione Bush, e l’area sempre più vasta di instabilità creata dall’invasione di Iraq ed Afghanistan, fanno male all’umanità e alla sua economia (basta pensare ai rincari petroliferi); ma sono l’ambiente ideale per i profitti del complesso militare-industriale USA.
La stessa economia americana sta colando a picco sotto il peso dei subprime e gli scandali finanziari; ma la prosperità non tramonta su Lockheed, Boeing, Martin-Marietta & co.
Di fatto, quella degli armamenti è la sola industria di successo rimasta in USA.
Un’industria potentissima e avanzatissima.
Un'industria che ovviamente non si espone sul «libero mercato», ma è sussidiata pesantemente dallo Stato, anzitutto  dalle commesse del Pentagono, il massimo spenditore mondiale (oltre 600 miliardi di dollari l’anno) della storia.
I contratti servono a rifilare il surplus, nell’attuale corsa agli armamenti alimentata dalla destabilizzazione indotta dalla penetrazione americana in Asia Centrale, dall’entrata nella NATO dei Paesi del Patto di Varsavia, e dalla «guerra al terrorismo globale» contro il mondo islamico.
I profitti sono enormi, da profittatori.
Anni fa fu rivelato che il Pentagono pagava 1.000 dollari per un’asse del WC per i suoi sommergibili a propulsione atomica, e 8 mila dollari un cacciavite.
I buchi neri nel bilancio, gli stanziamenti imprecisati nascosti sotto il segreto militare, offrono immense pieghe oscure per scandalosi profitti del genere.
Il Pentagono coniugato all’industria è, per gli USA, ciò che la Casta è per l’Italia: il campo di tutte le corruzioni e di tutte le appropriazioni di denaro dei contribuenti.
Ovvio che il complesso militare-industriale finanzi i suoi candidati preferiti: è un investimento per i futuri affari.
Ovvio che, data la sua potenza e onnipresenza, possa permettersi di scegliere il suo candidato preferito.Il candidato preferito è John McCain.
L'’ex presunto eroe di guerra.
Quello che in una pubblica riunione dell’American Conservative Union ha canterellato, tra gli applausi, «Bomb, bomb, bomb Iran».
«Votare McCain significa guerra», ha scritto recentemente Pat Buchanan.
E Justin Raimondo, direttore di Antiwar.com: McCain «sarà il presidente più militarista dai tempi di Teddy Roosevelt, e forse anche più belligerante» (1).
Theodore Roosevelt, da non confondere con F. D. Roosevelt, nel 1898 condusse personalmente la guerra ispano-americana, comandando di persona una sua squadra di mercenari a Cuba, Rough Riders; divenuto presidente dopo l’uccisione del predecessore McKinley nel 1901, condurrà la «politica del grosso bastone», con infiniti interventi militari in Sudamerica.
Ragion per cui riceverà, nel 1906, il Nobel della Pace.Che McCain voglia mettersi su quelle orme l’ha detto lui stesso, il candidato preferito.
In Iraq l’America resterà, ha promesso, fino alla «vittoria», dovesse l’occupazione «durare cento anni».
Contro «gli estremisti islamici» ha promesso, se lo votano gli americani, di combattere tutto il tempo che ci vorrà per debellarli.
All’Iran, come presidente, «non consentirà di farsi l’atomica».
In Florida, alle primarie, ha detto che nel futuro dell’America ci saranno «altre guerre», ma che «non ci arrenderemo mai».
Soprattutto, ha attaccato Mosca: la Russia deve essere espulsa dal G-8, e la NATO deve essere estesa all’Ucraina e alla Georgia.
Insomma, guerra anche lì, o almeno una nuova guerra fredda: ottima per il business degli armamenti.
Non stupisce che dietro a McCain si siano schierati i neocon.
Ritiratisi alquanto nell’ombra dopo i disastri da loro promossi in Iraq e in Afghanistan, questi si sono dapprima schierati per il candidato Rudy Giuliani; liquidato Giuliani nella corsa delle primarie, i neocon sono scesi in campo apertamente per McCain, appoggiandolo nelle colonne dei giornali su cui scrivono.
Daniel Pipes e Norman Podhoretz, Rober Kagan e James Woolsey sono al suo fianco.
Il senatore ex democratico Joseph Lieberman ha fatto di più: fa campagna per il candidato repubblicano, e nelle primarie ha invitato «numerosi gruppi ebraici a votare per McCain, sottolineando il suo appoggio ad Israele» (2).
E’ possibile che Lieberman compaia accanto a McCain nel ticket presidenziale: un vicepresidente capace di far rimpiangere Dick Cheney.
Ciò può spiegare la rapida ascesa di McCain nella competizione intra-repubblicana, il ritiro di Mitt Romney e il distanziarsi di Huckabee.
Non si può dubitare della spontaneità del voto delle primarie.
Si potrà solo considerare, con sgomento, che le guerre presenti e future degli USA non sono guidate da un vero pensiero strategico, ancorchè imperiale, ma dal business dell’industria militare in cerca di profitti.
L’espansione della NATO, che mette direttamente in pericolo l’Europa, è decisa dagli interessi della Lockheed più che da quelli di Washington.
Brutta cosa, quando sono le armi a dettare la politica.

Maurizio Blondet

www.effedieffe.com




permalink | inviato da Michele Pisano il 17/2/2008 alle 21:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Romney appoggierà McCain
post pubblicato in Esteri, il 15 febbraio 2008


«Vi presento il prossimo presidente degli Stati Uniti d'America»: con queste parole l'ex governatore del Massachusetts ed l'ex-candidato alla Casa Bianca Mitt Romney ha annunciato ufficialmente il suo sostegno al senatore John McCain. Il miliardario mormone, che la scorsa settimana aveva sospeso la sua campagna elettorale, ha chiesto ai suoi delegati (280 circa), di votare per il suo ex-avversario McCain alla prossima convention repubblicana questa estate. «Sono onorato di avere Romney e il suo team dalla mia parte», ha detto McCain in una apparizione congiunta con l'ex rivale a Boston. Pur ammettendo che in passato ci sono stati attriti con l’ex rivale, Romney ha definito McCain «una persona capace di guidare il paese in questo periodo difficile e pericoloso», facendo particolare riferimento alla questione della sicurezza nazionale, «non solo una questione politica, ma un impegno serio e personale».
Mike Huckabee però non molla. «Sono ancora in gara» ha detto l'ex governatore dell'Arkansas ed ex pastore battista reagendo alla decisione di Mitt Romney. «La gente ha diritto a votare e a scegliere - ha detto Huckabee - accetterò il verdetto quando McCain raggiungerà la certezza matematica dei 1191 delegati».



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Caucus
post pubblicato in Esteri, il 11 febbraio 2008


 RON PAUL STRAVINCE PER NUMERO DI DELEGATI NEL WASHINGTON.
Arriva una email dal coordinatore della campagna di Ron Paul nello stato di Washington che ci riempie di soddisfazione ma è anche amarissima conferma di quanto scritto ironicamente nel pezzo sotto:
Da un primo conteggio preliminare.. risulta che abbiamo almeno il doppio dei delegati degli altri candidati!
(segue all'indirizzo originale)

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E poi vanno a fare la predica ai russi.

Qui sono le 22, primo pomeriggio a Seattle. Ieri, pur avendo chiuso molto presto il voto nei caucus del Washington, al solito gli scrutatori sono andati a letto come le galline, all'imbrunire.
Le galline però all'alba sono cariche di adrenalina, il partito repubblicano di Seattle invece si dev'essere schiantato, ieri sera, al peso di ben 11.800 schede in 6235 seggi. Io non sono forte in matematica, ma secondo voi quanti scrutatori per seggio ci saranno voluti per contare i circa 1,8 voti che l'urna gli ha riversato davanti? Lavoro improbo, infatti il totale sopra riferito è relativo a poco più dell'80% dei voti. Purtroppo, quando la fine di questo lavoro massacrante era a portata di mano, il crollo. Di fronte a questa piccola tragedia, com si poteva pensare di continuare la Domenica? E poi, dove trovare in così breve tempo qualcuno che portasse a termine il compito?
Sicuramente non era il risultato del voto in discussione, McCain era avanti di 200 voti su Huckabee e di 600 su Ron Paul. Cosa sarà questa fissazione di contare proprio tutto quando il risultato è chiaro? Anche in Maine, hanno votato otto giorni fa, ma la CNN oggi riporta ancora solo il 68% dello spoglio. Gli americani sono pratici, nessuno si è lamentato per questi cavilli bizantini!



permalink | inviato da Michele Pisano il 11/2/2008 alle 9:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Votazioni in USA
post pubblicato in Esteri, il 9 febbraio 2008


Oggi si terranno i caucus in Kansas e Washington, mentre in Louisiana le primarie che posticipano i caucus di due settimane fa e di cui nessuno ha più saputo nulla.
In Kansas potrebbe prevalere Huckabee, mentre Washington era "terra" di Romney, che come ben sappiamo si è ritirato. A questo punto va fatta un'analisi strettamente politica. Il Gop si divide in tre grandi area tematiche: nazional-militare, economica, e ultrareligiosa. Alla prima possiamo sicuramente vedere in McCain il suo fiero paladino, alla seconda Romney e alla religiosa Huckabee. E' difficile pensare che gli elettori di Romney ora appoggino il veterano della guerra in Vietnam, semplicemente perchè non capisce proprio nulla di politica economica. A questo punto potrebbero convergere su Huckabee, che ne capisce ancora meno, o su Paul. Quest'ultimo potrebbe ottenere un ottimo risultato nello stato di Washington. Ha ancora tanti fondi, al contrario di Huckabee che è costretto a chiedere prestiti a una grande compagnia americana, il Cfr.
Sarà sicuramente una Convention di mediazione, dove saranno necessari tutti i voti dei delegati dei candidati che si sono ritirati.

Michele Pisano

Ma rimangono anche tre candidati completamente diversi tra loro.che ha organizzato l'evento in Virginia (dove si tiene la primaria il 12 Febbraio, 63 delegati). Uno Stato importante, che gravita sulla vicina Washington. Un ambiente accademico già vicino ai Bush nella grande università di stampo fortemente neocristiano e conservatore. E' in questi terreni che la ventata di razionalità di Ron Paul può creare innesti fecondi e dove la Ron Paul Spring può sbocciare: qui si coltiva l'America di domani. Cercheremo di tornare in tema dopo questa tornata elettorale.

Andrea, www.italians4ronpaul.blogspot.com 










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Mitt Romney si è ritirato
post pubblicato in Esteri, il 8 febbraio 2008



Mitt Romney ha annunciato il suo ritiro dalla corsa repubblicana.
Rimangono così in gara tre candidati, McCain, Huckabee e Paul.
Sebbene i media dicano che il candidato alle presidenziali sia McCain, vorrei ricordare che le primarie finiscono a giugno, e John ha poco più di 600 delegati, e ne servirebbero per la nomination 1191.
Il fatto è che i giornali e le tv ormai costruiscono le notizie per sentito dire. Un esempio: dal super martedì dovevano uscire i due nomi dei candidati presidenziali. Così non è stato.
La corsa è apertissima. Come sempre, ancora buon divertimento!



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Sarà testa a testa
post pubblicato in Esteri, il 6 febbraio 2008


Come volevasi dimostrare. Repubblicani e democratici non hanno ancora il loro candidato. Il prossimo appuntamento è tra una settimana, dove si voterà in altri tre stati.
Nei sondaggi nazionali pare che Mitt Romney si sia piazzato al secondo posto, mentre è precipitato (sebbene abbia stupito nel super martedì) Mike Huckabee. Bene Paul, che avanza sino al 7-9%.
Il congressman del Texas è andato molto male negli stati in cui ci sono state le primarie, mentre nei caucus ha letteralmente stupito, ottenendo secondi e terzi posti in più stati.
La partita probabilmente si deciderà a Minneapolis. Direttamente alla convention di agosto.



permalink | inviato da Michele Pisano il 6/2/2008 alle 14:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Si parte!
post pubblicato in Esteri, il 6 febbraio 2008


 http://edition.cnn.com/ELECTION/2008/primaries/results/candidates/#302



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Obama stravince in Georgia
post pubblicato in Esteri, il 6 febbraio 2008


E' un duro colpo quello assestato da Barack Obama a Hillary Clinton.
Ha vinto, secondo gli exit poll, conquistando il 70% circa dei voti.



permalink | inviato da Michele Pisano il 6/2/2008 alle 1:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
Dalla Georgia...
post pubblicato in Esteri, il 6 febbraio 2008


 http://edition.cnn.com/ELECTION/2008/primaries/results/state/#val=GA

I risultati dalla Georgia.



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